Ιταλική γλώσσα

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mercoledì 27 febbraio 2013

Poesia: dove la luce (1930) - Ungaretti


Πρόκειται για ένα ερωτικό ποίημα, ένα κάλεσμα του ποιητή στην συντροφό του μα τον ακολουθήσει στους χρυσούς λόφους και στα όμορφα λιβάδια εκεί που τίποτα δεν θα έχει για αυτούς σημασία, απελευθερωμένοι από ηλικία μα και από αναμνήσεις... στα video που ακολουθούν μπορείτε είτε να ακούσετε την ανάγνωση του ποιήματος είτε μια μελοποίηση του! 


Come allodola ondosa
Nel vento lieto sui giovani prati,
Le braccia ti sanno leggera, vieni.
Ci scorderemo di quaggiù,
E del mare e del cielo,
E del mio sangue rapido alla guerra,
Di passi d'ombre memori
Entro rossori di mattine nuove.

Dove non muove foglia più la luce,
Sogni e crucci passati ad altre rive,
Dov'è posata sera,
Vieni ti porterò
Alle colline d'oro.

L'ora costante, liberi d'età,
Nel suo perduto nimbo
Sarà nostro lenzuolo




mercoledì 23 maggio 2012

Beppe Sevegnini: Gli italiani e i centri commerciali


Qui dentro i nomi sono inglesi (shopping center, outlet, multiplex) e la scenografia americana: grandi parcheggi e carrelli in fila, palme artificiali e lampioni finti, tegole e tende per difendersi dalla pioggia che non c'è, offerte speciali e facce normali. La gente, però, resta italiana. In una mall nei dintorni di Washington nessuno grida «Maaariooooo!» per richiamare l'attenzione del fidanzato al piano di sotto; qui, in un centro commerciale alle porte di Roma, accade questo ed altro. Mille anni di allenamento sulle piazze non sono stati inutili.




Le malls americane sono percorse da uomini e donne col senso del dovere: dovere di acquistare, risparmiare, intercettare il saldo e usare il coupon giusto. I centri commerciali italiani sono pieni di gente che si diverte. Osservate le famiglie che si dividono, come negli aeroporti: ognuno ha un obiettivo da raggiungere, un oggetto da acquistare, un negozio da visitare. La diaspora è temporanea 
e produttiva: quando si ritrovano, i famigliari sono felici di mostrare il bottino e commentare quello altrui. 
 Guardate i ragazzi, che qui hanno riprodotto i rituali del centro storico: struscio, occhiate, sorrisi, risolini, appostamenti. Hanno l'aria attenta e sembrano in cerca di qualcosa. «Ciao bello! Mi vai a prendere un cono?» grida la ragazzina con l'ombelico al vento; e lui corre, deciso a tornare vincitore. Ammirate il corteggiamento sistematico delle commesse da parte delle guardie giurate; gli amici che si chiamano col cellulare, e scoprono d'essere a dieci metri di distanza; le donne che si fermano dal parrucchiere, più interessate a tenere in movimento la lingua che a fissare i capelli. 
Studiate gli anziani che aspettano sulle panchine: il ministro della Salute ha proposto di portarli qui, d'estate, per aiutarli a resistere all'afa. Certo, starebbero più freschi che ai giardini pubblici, e si sentirebbero più stimolati. Piccioni e tortore infatti non passano sculettando, cori la vita bassa e le
mutande in vista.

Da: La testa degli Italiani - Beppe Severgnini

Beppe Severgnini: il condominio e gli italiani



L'appartamento - superficie media, cento metri quadrati - è la nostra tana. Avete in mente gli scoiattoli? Trovano un buco accogliente, lo riempiono di provviste e vanno in letargo. Noi, lo stesso: ci chiudiamo dietro le nostre porte blindate, circondati di cose, e restiamo lì ad auscultare il mondo. Ogni tanto ci azzuffiamo con gli altri scoiattoli.

Per capire la cupa meticolosità che mettiamo in certe discussioni, dovete conoscere la definizione giuridica: il condominio è «una figura particolare di comunione che si esplica nelle parti comuni di un edificio». Non è soggetto a scioglimento: la comunione perciò viene detta «forzosa». Aggettivo impeccabile. È l'aspetto obbligatorio, infatti, che complica la convivenza. In America due vicini possono litigare per un prato malrasato, in Germania per un odore molesto, in Inghilterra per una siepe, in Svizzera per un cane irrequieto. In Italia, i condòmini dispongono di un arsenale di pretesti.
Il catalogo è questo: ripartizioni delle spese, che generano sospetti; danneggiamenti, che sembrano dispetti; infiltrazioni, che suscitano ipotesi leggendarie; auto parcheggiate male, che irritano chi rincasa per ultimo. Seguono: installazione di antenne e parabole, immondizia fuori posto, porte che sbattono nella notte. 

Il condominio crea nuovi tipi umani. C'è il Condomino Callido: non si presenta in assemblea, facendo mancare il numero legale. C'è il Condomino Avvocatesco, che non è quasi mai un avvocato: ha solo un'infarinatura legale e si presenta col codice sotto il braccio. C'è il Condomino Miope: si accorge della lampadina fulminata solo se è davanti alla porta di casa sua. C'è il Condomino Tribuno: ama sollevare la Scala A contro la Scala B, rivendicando misteriosi diritti di primogenitura. La cosa interessante è che qualcuno gli dà retta. C'è la Condomina Rissosa, che conosce a memoria il regolamento, grida «Voglio che sia messo a verbale quanto dico!», e poi denuncia tutti. Quasi sempre il giudice propende per la compensazione delle spese legali, e lei ci rimette comunque dei soldi: ma non le importa, perché la lite le ha fornito una ragione di vita. Ho saputo di un intero condominio  in causa con l'inquilino dell'ultimo piano il quale, preoccupato per i costi del riscaldamento a metano, ha costruito un camino e ha installato un montacarichi per portar su la legna, tagliata di notte con la sega elettrica nel locale garage. Sembra il preambolo di un racconto dell'orrore: sarebbe interessante sapere come va a finire.

Beppe Severgnini: La psicopatologia del semaforo


 
Dicono che siamo intelligenti. È vero. Il problema è che vogliamo esserlo a tempo pieno. Voi stranieri restate sconcertati dalle trovate a raffica, dalle girandole di fantasia, dalle esplosioni alternate di percettività e pignoleria: insomma,
dai fuochi d'artificio che partono dalla testa di noi italiani. Un inglese, invece, può essere stupito ogni ora, un americano ogni mezz'ora, un francese ogni quarto d'ora. Non ogni tre minuti:
altrimenti si spaventa.

Ecco perché, in Italia, le norme non vengono rispettate come in altri paesi: accettando una regola generale, ci sembra di far torto alla nostra intelligenza. Obbedire è banale, noi vogliamo ragionarci sopra. Vogliamo decidere se quella norma si applica al nostro caso particolare. Lì, in quel momento.
Guardate questo semaforo rosso. Sembra uguale a qualsiasi semaforo del mondo: in effetti, è un'invenzione italiana. Non è un ordine, come credono gli ingenui; e neppure un consiglio, come dicono i superficiali. È invece lo spunto per un ragionamento. Non si tratta quasi mai di una discussione sciocca. Inutile, magari. Sciocca, no.

Molti di noi guardano il semaforo, e il cervello non sente un'inibizione (Rosso! Stop. Non si passa). Sente, invece, uno
stimolo. Bene: che tipo di rosso sarà? Un rosso pedonale? Ma sono le sette del mattino, pedoni a quest'ora non ce ne sono.
Quel rosso, quindi, è un rosso discutibile, un rosso-nonproprio-
rosso: perciò, passiamo. Oppure è un rosso che regola un incrocio? Ma di che incrocio si tratta? Qui si vede bene chi
arriva, e non arriva nessuno. Quindi il rosso è un quasi-rosso,
un rosso relativo. Cosa facciamo? Ci pensiamo un po': poi passiamo.
E se invece fosse un rosso che regola un incrocio pericoloso (strade che s'intersecano, alta velocità, impossibile vedere chi arriva)? Che domanda: ci fermiamo, e aspettiamo il verde. A Firenze - ci andremo - esiste l'espressione «rosso pieno». «Rosso» è una formula burocratica. «Pieno» è il contributo personale.
Notate come le decisioni non siano avventate. Sono in vece frutto di un processo logico che, quasi sempre, si rivela corretto (quand'è sbagliato, arriva l'ambulanza)Questo è l'atteggiamento di fronte a qualsiasi norma: stradale, legale, fiscale, morale. Se si tratta di opportunismo, non nasce dall'egoismo, ma dall'orgoglio. Lo scultore Benvenuto Cellini, cinque secoli fa, si considerava «al di là della legge in quanto artista». La maggioranza di noi non arriva a questo punto, ma si attribuisce il diritto all'interpretazione autentica. Non accetta l'idea che un divieto sia un divieto, e un semaforo rosso sia un semaforo rosso. Pensa, invece: parliamone.

Da: La testa degli Italiani - Beppe Severgnini

Beppe Servegnini: Scegliendo tavolo al ristorante




Se qualcuno avesse dubbi sulla pazienza delle donne, osservi una coppia all'ingresso di unristorante. Lui apre la porta per lasciarla entrare (errore: la regola di cedere il passo, nei locali pubblici, non vale).  Poi occorre scegliere il tavolo.  Per quasi tutti gli uomini italiani (compreso ilsottoscritto) si tratta di un'operazione complessa, densa di significati e gravida di perdite di tempo.
 Lui osserva, riflette, sceglie, cambia idea, sceglie di nuovo, scarta, accetta, mugugna, protesta. Lei sorride indulgente. Un tempo aveva provato a dire la sua, ma era stata ignorata e/o contestata. Oggi lascia fare, e approfitta del momento di pausa per chiedersi qual è il senso della vita, oppure se le è sceso il trucco. 
 La scelta del tavolo è un'area dove il femminismo non ha fatto breccia; le donne sono troppo intelligenti per battersi per così poco. Il guaio è che, quel poco, a noi sembra moltissimo. La scelta del tavolo mostra di che pasta siamo fatti. 


Ci sono gli Accomodanti, che accettano di buon grado quello che viene loro proposto (ne conosco tre, uno a Udine e due a Torino). Ci sono gli Idiosincratici:  mai vicino alla cucina, e mai in vista del bagno (essi ammettono la necessità di entrambi i locali, ma non vogliono riconoscerne l'esistenza). Ci sono i Pistoleros: pranzano solo con le spalle al muro, e vogliono averela situazione sotto controllo. Ci sono gli Spigolosi, che pretendono tavoli d'angolo (il loro sogno èun locale ottagonale, ma poi direbbero che gli angoli sono ottusi e poco intimi).  Ci sono i Curiosi: amano sedersi dove possono vedere; e i Vanitosi, che scelgono posizioni dove vengono visti. Ci sono i Pentiti, che si rovinano il pasto pensando d'aver sbagliato tavolo; gli Invidiosi, che guardano con cupidigia il tavolo del vicino; e i Vendicativi, che maltrattano il cameriere il quale, giustamente,non capisce perché. E poi ci sono le Donne, che ci osservano, sorridono e pensano: com'è possibile che siano statigli uomini, fino adesso, a comandare il mondo?






Da: Manuale dell' uomo domestico - Beppe Servegnini