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mercoledì 22 gennaio 2014

Articoli: Fai da te!

Il 10% di italiani produce in casa detersivi, saponi, shampoo e detersivi, il 19% fa il pane, il 18% le marmellate e le conserve; 8 milioni di italiane si tingono i capelli da sole. Vanno su Internet in cerca di istruzioni (un dato per tutti del 2012 fornito da L'Oreal: 13 milioni di ricerche solo per tinte di capelli). In milioni lavorano a maglia, riciclano gli oggetti, si danno al decupage. Armi anticrisi? E' evidente. Ma quella di farsi le cose da soli e' diventata una raffinata tendenza.

www.gioia.it

lunedì 2 dicembre 2013

Attualita'/Articoli: Imu abolita,ma non per tutti!

Imu abolita, ma non per tutti. E poi: pensioni, aumenti, prelievi… La stangata è servita. Ecco chi deve pagare e quanto

La grande beffa per chi abita a Milano, Bologna, Napoli e altri 600 Comuni. Senza contare i nuovi salassi previsti dal 1° gennaio 2014. Pensioni comprese

L’Imu è stata definitavamente abolita. Ma non per tutti. Sono infatti molti i cittadini (quelli di Milano, Bologna, Napoli e tanti altri capoluoghi) che avranno la brutta sorpresa di dover pagare fino a ben 104 euro per una tassa abolita dal governo. Tutta colpa delle addizionali comunali… Senza contare che la Legge di stabilità appena approvata del governo non sarà a costo zero per i nostri portafogli. E tra pensioni, aumenti, prelievi, la stangata di inizio anno è servita. Ecco chi e quando dovrà pagare.


I CITTADINI CHE PAGHERANNO L’IMU -  Il premier Enrico Letta aveva dato la sua parola e l’ha mantenuta: “La seconda rata Imu non si paga”. Ma l’abolizione della seconda rata dell’Imu ha il sapore di una vera e propria beffa per i cittadini dei circa 600 Comuni che hanno aumento l’aliquota comunale  nel 2013. Di fatto, in queste città l’extragettito atteso sarà “rimborsato” dallo Stato solo nella misura della metà. A pagare l’altro 50 per cento, salvo ripensamenti e “manovre arginanti” dell’ultima ora da parte del governo saranno i cittadini. Una beffa, appunto.


MILANO, BOLOGNA, CATANIA, NAPOLI… CHE BEFFA! -  Tra i comuni coinvolti ci sono molte grandi città. Da Milano a Bologna. E poi Napoli e Catania. Ma anche città più piccole come Benevento, Verona, Genova, Frosinone. Perché succede questo? Semplice: si tratta dei Comuni che avevano applicato una forte aliquota aggiuntiva sull’Imu. Così, per esempio, succede a Milano: la giunta Pisapia aveva alzato l’aliquota Imu sulla prima casa al massimo consentito (lo 0,6 per cento) per aumentare gli introiti di circa 110 milioni di euro per la casse del Comune in rosso. Il risultato? I milanesi dovranno versare in totale una imposta di 55 milioni di euro. E secondo i calcoli della Cgia di Mestre, si tratterà di una stangata con importi che variano dai 71 ai 104, a seconda del Comune di residenza.

IL SALASSO PENSIONI – Non è finita qui, però: con la Legge di stabilità sono cambiate anche le norme sulle pensioni. E si profila un nuovo salasso. Aumenti risicati per le pensioni “normali” e un forte contributo di solidarietà a carico delle pensioni d’oro per garantire un mini-sussidio per i poveri, mentre vengono alzati i requisiti per ottenere la rendita di vecchiaia per le donne. Torna l’adeguamento al costo della vita per le pensioni che superano i 1.486 euro lordi al mese (3 volte il minimo), ma è un adeguamento risicato: non va oltre i 2.973 euro lordi (6 volte il minimo). Con la legge di Stabilità 2014, con la premessa dell’adeguamento al 100 per cento per le pensioni fino a 3 volte il minimo, si scende al 90 per cento per i trattamenti fra 3 e 4 volte; al 75 per cento per gli importi compresi fra 4 e 5 volte; al 50 per cento per quelli superiori a 6 volte (solo per il 2014 viene esclusa ogni rivalutazione). E’ l’indice Istat il punto di partenza per quanto riguarda la maggior parte delle famiglie italiane: operai e impiegati. La legge prevede che sia stimato sulla base dei primi nove mesi dell’anno: l’incremento dei prezzi si proietta dunque all’1 per cento per cento, contro il 3 per cento  riconosciuto da gennaio scorso.

SONO 30.000 LE PENSIONI D’ORO – Le disposizioni riguardano quasi 30 mila assegni e il nuovo prelievo sarà del 6- 12 per cento sugli importi superiori a 6.936 euro lordi al mese (90.168 euro all’anno). Il contributo è previsto nel 6 per cento per la parte di pensione compresa fra 14 e 20 volte il minimo (90.168—128.811 euro lordi annui), diventa del 12 per cento sugli importi fra 20 e 30 volte il minimo (128.811—193.217 euro lordi annui) e arriva fino 18 per cento sulle quote oltre 30 volte.  Per la precisione, le pensioni d’oro sarebbero, prendendo di riferimento i dati Inps, 29.554.

LA PENSIONE DI VECCHIAIA, UN MIRAGGIO – La pensione di vecchiaia per le donne, infine, appare sempre più lontana. Dal 1° gennaio 2014 i requisiti saliranno a 63 anni e 9 mesi. Per chi, invece, ha un lavoro autonomo l’età per la pensione diventerà 64 anni e 9 mesi nel 2014. Chi non ha raggiunto l’età giusta, nel 2014 dovrà arrivare a 42 anni e 6 mesi di contributi (41 e 6 mesi le donne).


sabato 2 marzo 2013

Articolo: Nel carrello della crisi: cosa entra e cosa esce?

di Adriano Lovera  -  30 gennaio 2013


Shopping pazzo, addio. Addio anche al carrello traboccante. La crisi morde, incide sulle nostre tasche e rivoluziona usi e consumi degli italiani. A partire da uno dei momenti simbolo: la spesa al supermercato. «Fino a quattro o cinque anni fa, per molti di noi era una sorta di gratificazione. Tirare giù i prodotti dallo scaffale aveva qualcosa di “trasgressivo” e consolatorio, il carrello si riempiva anche in modo distratto» spiega Mauro Ferraresi, sociologo dei consumi, docente all’Università Iulm di Milano. «Oggi non è più così. La maggior parte delle persone, prima di decidere, si informa, confronta le offerte, magari cerca spunti in Rete. Da un momento quasi di piacere, la spesa è diventata un’attività ragionata». E sceglie molto di più il discount, che cresce del 14 per cento. Ma chi è il protagonista principale di questo cambiamento? «È la cosiddetta classe media» risponde il sociologo. «Le fasce di reddito più basso hanno sempre posto grande attenzione al prezzo e continuano in fondo a seguire i criteri di prima. C’è invece un ampio strato di popolazione che ha ancora un buon potere d’acquisto, ma è frenato dal clima di sfiducia. Si tira il freno in attesa di capire In realtà il carrello della spesa non si è svuotato di molto: secondo la società di ricerca Nielsen, nel 2012 il volume degli acquisti presso la grande distribuzione è sceso dell’1,3 per cento rispetto all’anno prima. Un calo tutto sommato contenuto. Però la novità c’è ed è significativa: «Si compra “meglio”» dice Romolo De Camillis, esperto di consumi e distribuzione di Nielsen. «Si sceglie il giusto prezzo, che non è per forza il più basso, ma quello che sembra offrire il rapporto più accettabile tra costo e qualità. Si fa molta attenzione alle promozioni. Si varia il mix di prodotti, così da non farsi mancare niente». Questa tendenza si è imposta almeno dal 2008, da quando la crisi ha iniziato a mostrarsi su larga scala. Gli italiani, per esempio, non rinunciano alla carne, ma si accontentano di quella bianca (più 22,7 per cento di vendite) a scapito di quella rossa (meno 9,3 per cento). Stesso discorso per i salumi, con un vero boom di quelli confezionati.Il consumo di carni bianche, più economiche di quelle rosse, ha un'impennata nell'ultimo anno: +22,7%. Molto comprati anche i preparati a base di carni avicole, tipo "bon roll" che appagano permettendo di risparmiare. La vera tendenza nella spesa in temi di crisi è quella di selezionare diversamente i prodotti. Il calo totale dei consumi alimentari e della spesa al supermercato tutto sommato è contenuto: solo -1,5%.
Anche il pane rivela una diversa abitudine di consumo: si sceglie  quello  che dura di più, salgono le vendite di pane industriale  confezionato  (più 11 per cento) e scendono quelle del pane fresco (meno  17,5 per  cento). «La preferenza per i cibi a lunga conservazione  indica anche maggiore attenzione agli sprechi, visto che il loro consumo  si può pianificare meglio» nota De Camillis. Inevitabile anche la  rinuncia a qualche pranzo al ristorante, per privilegiare la cucina in  casa. Ecco perché l’aumento di quasi il 10 per cento degli ingredienti  di base, come uova, farina e lieviti, per preparare primi e dolci. E per  quanto riguarda frutta e verdura? «A sorpresa, si nota un’impennata di  vendite nei discount, che prima, per i prodotti freschi, erano guardati  con diffidenza. Molti di questi punti vendita hanno intercettato le  nuove esigenze e propongono cibo di livello medio-buono, ma sempre a  prezzi abbordabili».Insomma, si ridistribuisce il budget scegliendo diversamente da  prima. Per esempio aumentano le vendite di pizze confezionate, birra e  spumanti, segno forse che l’“happy hour” e la cena fra amici si fanno  più spesso a casa che fuori. È più raro che ci si concedano sfizi  alimentari e – una curiosità – lo si fa prevalentemente di domenica,  come rivela una ricerca Ispo, condotta a un anno dalla liberalizzazione  degli orari dei negozi: due italiani su tre sono favorevoli, il 68 per  cento degli intervistati ha fatto acquisti la domenica e «nei festivi si  sceglie qualche cosa in più rispetto a quello che si prenderebbe negli  altri giorni, perché si procede con più tranquillità, spesso insieme a  tutta la famiglia» spiega il presidente di Federdistribuzione Giovanni  Cobolli Gigli.Anche nei settori diversi dall’alimentare, i nuovi “usi e consumi”  sono  evidenti. I
nternet ha sempre maggior peso e permette di far  economia: si  sottoscrivono più polizze auto on line invece di quelle  tradizionali e  cresce la vendita degli ebook, meno costosi di quelli di  carta. È  cambiato persino l’uso del telefonino, vero must del nostro  Paese dove  ci sono più schede sim attivate che abitanti. Si fanno meno  telefonate,  ma ormai non si rinuncia a utilizzarlo per navigare su  Internet. E non  si arrestano le vendite dei tablet. «È una peculiarità  italiana» spiega ancora Ferraresi. «Vogliamo avere i gadget più nuovi,  ma soprattutto  desideriamo stare sempre connessi e partecipare in pieno  al fenomeno dei  social network». A crollare davvero è la vendita di  auto (meno 20 per  cento in un anno), mentre sale l’uso di biciclette e  mezzi pubblici. «Anche l’atteggiamento verso le quattro ruote è  cambiato. Intanto è un  prodotto caro, sia da acquistare sia come  manutenzione, tra carburante e  tasse. Ma ha anche perso di appeal: da  anni ormai siamo in testa alla  classifica per numero di vetture in  rapporto alle persone, ne abbiamo  più dei francesi e dei tedeschi. Così  l’auto ha un po’ smesso di essere  in cima ai desideri» dice Ferraresi.  Di questa rivoluzione si sta  accorgendo anche il mondo della  pubblicità. Una volta il marketing puntava a suggerire un’aspirazione:  «Le aziende presentavano il loro  marchio come per dire: devi averlo se  vuoi far parte della comunità che  conta. Oggi sta mutando il  linguaggio: si cerca un approccio basato  sulla vita reale». Anche solo  un anno fa, il concetto di crisi sarebbe  stato bandito da qualunque  spot. «Invece adesso basta leggere i  cartelloni pubblicitari di un noto  marchio di abbigliamento, con uno  slogan che fa riferimento al peso  dell’Imu, per capire come i messaggi  siano cambiati» nota il sociologo.Resta da chiedersi se il diverso atteggiamento degli italiani nei confronti della spesa e degli acquisti in genere sia legato a questo momento di crisi o meno. Insomma, cosa rimarrà di questa tendenza a pianificare e meditare anche gli acquisti necessari e quotidiani? «Io credo che nulla sarà più come prima» risponde il sociologo Ferraresi. «La consapevolezza dei consumatori rimarrà tale anche superata la crisi. Abbiamo imparato a ragionare e le nuove tecnologie, Internet in particolare, permettono rapidità e precisione nel confrontare le offerte. A tutto questo difficilmente rinunceremo. E lo considero un effetto benefico di questa crisi».


Lessico_____________________________________

trabbocante: essere così colmo di qlco. da non poterne più contenere
incedere: intagliare un materiale duro
cosidetto: denominato, chiamato così
strato:  classe, gruppo di unità omogenee all'interno di un universo dato
calo: diminuzione
accontentarsi: sentirsi contento, appagato per qlco
impennata: rialzo imprevisto e forte
spreco: consumo eccessivo
pianificare: organizzare qlco. seguendo un piano o un programma
lievito: prodotto a base di sostanze che liberano anidride carbonica determinando un rigonfiamento dell'impasto
diffidenza: sentimento di sfiducia e sospetto verso gli altri
intercettare: identificare e fermare qlco., in modo che non giunga a destinazione; inserirsi in una comunicazione e riceverla, all'insaputa del mittente e del destinatario, senza impedire che giunga a destinazione
peculiarità: particolarità
manutenzione: complesso delle operazioni con cui si conserva, si mantiene in buono stato qlco.
carburante: sostanza che unendosi con un gas forma una miscela esplosiva; in partic., idrocarburo che si miscela con l'aria e bruciando fornisce l'energia necessaria al funzionamento dei motori a scoppio
meditare: riflettere con attenzione su un testo, un'idea, un problema


articolo: www.donnamoderna.com   lessico: http://dizionari.corriere.it




giovedì 28 febbraio 2013

Articoli: Più pasta e meno bistecche: la dieta italiana imposta dalla crisi


Di Arianna Adamo | 05.07.2012 

La crisi c'è e gli italiani se ne sono accorti da tempo. Ma che abbiano scelto di rinunciare al buon cibo -e soprattutto ad una dieta equilibrata- pur di risparmiare, se lo aspettavano in pochi. Nel 2011, secondo i dati Istat, gli italiani hanno diminuito le spese alimentari. La spesa media mensile per famiglia, che oltre al cibo concerne anche altri beni di prima necessità, è pari a 2.488 euro (+1,4% rispetto all’anno precedente), ma il 35,8% ha diminuito la quantità e, peggio ancora, la qualità dei prodotti alimentari acquistati rispetto al 2010.

Gli italiani, dunque, non solo mangiano di meno, ma anche male. 
Stando ai dati Istat, nonostante la crescita della spesa mensile, in Italia si comprano meno alimenti, risultano in contrazione, su tutto il territorio nazionale, le spese destinate all’abbigliamento e alle calzature, mentre crescono le quote di spesa destinate all’abitazione (dal 28,4% al 28,9%) e ai trasporti (dal 13,8% al 14,2%).
La situazione non è la stessa e varia di regione in regione: la Lombardia detiene il record per la spesa media mensile più elevata (3.033 euro), seguita dal Veneto (2.903 euro). In ultima posizione troviamo, anche nel 2011, la Sicilia che, con una spesa media mensile di 1.637 euro, vede aumentare il divario dalla regione con la spesa più elevata (circa 1.400 euro).
La maggior parte delle famiglie (il 67,5%) fa la spesa presso il supermercato, che si conferma il luogo di acquisto prevalente, nonostante una lieve flessione. Quasi la metà delle famiglie italiane continua ad acquistare il pane al negozio tradizionale, il 9,7% sceglie il mercato per l’acquisto di pesce e il 16,4% per la frutta e la verdura.
Con la crisi finanziaria e l'inflazione sono aumentate, però, le famiglie che scelgono di acquistare generi alimentari presso gli hard-discount con una percentuale in crescita, dall’11,2% del 2010 al 13,1% del 2011. Un dato preoccupante dal punto di vista della salute alimentare: dalle statistiche di Coop Italia per Coldiretti risulta, infatti, che gli italiani comprano meno carne ma anche meno pesce (-3%) e ortofrutta (-3%), mentre salgono gli acquisti di pane (+3%) e quelli di pollo (+1%).
Il “low cost” non è riservato solo all'abbigliamento, ma anche a tavola dove si cerca di evitare gli sprechi e si punta alle offerte: il 66% degli italiani fa la spesa in modo più oculato, il 43% riduce le dosi acquistate e il 53% utilizza quello che avanza.
Addio, dunque, agli aperitivi (-4%), le bibite (-7%) e i dessert (-10%), e benvenuti agli alimenti fatti in casa e ai prodotti più semplici come il latte (+2%) accompagnato da biscotti (+3%) e fette biscottate (+5%). Con la crisi è cambiato anche lo stile di vita alimentare: sparisce il cornetto al bar e la “dolce vita” nostrana sembra un lontano miraggio.




Read more: http://it.ibtimes.com/articles/32850/20120705/istat-alimentari-cibo-spesa-italia-italiani-2012-meno-carne-pasta-statistica-dati-coldiretti-crisi-f.htm#ixzz2MEUCBCL6


martedì 26 febbraio 2013

Articoli: Carceri, Italia condannata per le condizioni dei detenuti


di Giovanni Trotta/mar 8 gennaio 2013




L’Italia viola i diritti dei detenuti tenendoli in celle dove hanno a disposizione meno di 3 metri quadrati. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha oggi condannato l’Italia per trattamento inumano e degradante di 7 carcerati detenuti nel carcere di Busto Arsizio e in quello di Piacenza. La Corte ha inoltre condannato l’Italia a pagare ai sette detenuti un ammontare totale di 100 mila euro per danni morali. Nella sentenza la Corte invita l’Italia a porre rimedio immediatamente al sovraffollamento carcerario. Nella condanna emessa oggi, i giudici della Corte europea dei diritti umani constatano che il problema del sovraffollamento carcerario in Italia è di natura strutturale, e che il problema della mancanza di spazio nelle celle non riguarda solo i 7 ricorrenti: la Corte ha già ricevuto più di 550 ricorsi da altri detenuti che sostengono di essere tenuti in celle dove avrebbero non più di 3 metri quadrati a disposizione. I giudici chiamano quindi le autorità italiane a risolvere il problema del sovraffollamento, anche prevedendo pene alternative. I giudici domandano inoltre all’Italia di dotarsi entro un anno di un sistema di ricorso interno che dia modo ai detenuti di rivolgersi ai tribunali italiani per denunciare le proprie condizioni di vita nelle prigioni e avere un risarcimento per la violazione dei loro diritti. L’Italia viene condannata una seconda volta per aver tenuto i detenuti in celle troppo piccole. La prima condanna risale al luglio del 2009 e riguardava un detenuto nel carcere di Rebibbia di Roma. Per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si tratta di una «mortificante conferma della incapacità del nostro Stato a garantire i diritti elementari dei reclusi in attesa di giudizio e in esecuzione di pena». Tra l’ironico e l’amaro il commento di Marco Pannella che proprio su questo tema sta conducendo una battaglia con sciopero della fame e della sete: «Mi fa piacere che Napolitano, massimo responsabile della flagranza di reato dell’Italia nei confronti dei diritti umani e della democrazia, ora sia mortificato, bene. La condanna ennesima arriverà, perché siamo in flagranza come Italia da delinquenti professionali, non solo contro il popolo italiano ma contro l’Europa e le sue istituzioni». Prosegue il leader radicale: «Il vero problema che ci rimproverano è che siamo responsabili del fatto che ci sono 10 milioni di processi civili e penali e nelle carceri 20mila persone che quando avranno la sentenza saranno ritenuti innocenti». Sulla vicenda interviene il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, che «Nel giorno della condanna dell’Europa per la difficile situazione delle nostre carceri, voglio esprimere solidarietà e vicinanza al consigliere del sindacato penitenziario Sappe, Aldo Di Giacomo, da un mese in sciopero della fame per sollecitare la riforma della giustizia. Il problema del sovraffollamento delle carceri si risolve in primo luogo con una giustizia giusta, rapida e certa». Per Gasparri «è impensabile che ancora oggi almeno il 40% della popolazione detenuta sia in attesa di giudizio per colpa di un sistema lento e macchinoso. Con Alfano ministro della Giustizia – ricorda – molto è stato fatto per rendere più snello il sistema, a cominciare dall’informatizzazione delle procure. Ma la strada – conclude – è ancora lunga e i rilievi dei giudici di Strasburgo impongono un’accelerazione. Condivido quindi le motivazioni di Di Giacomo – conclude Gasparri – e lo invito a desistere dalla sua protesta in considerazione delle sue precarie condizioni di salute. E sollecito tutte le istituzioni a dare risposte immediate».



πηγή; http://www.secoloditalia.it/2013/01/carceri-italia-condannata-per-le-condizioni-dei-detenuti/

martedì 22 maggio 2012

Articoli: Arriva la tassa comunale su cani e gatti. Questa ancora mancava…


Una proposta in commissione Affari Sociali alla Camera prevede che i Comuni possano istituire una tariffa per i proprietari di animali domestici. Per finanziare iniziative contro il randagismo

Tassa su cani e gatti. Questa ancora mancava. La commissione Affari Sociali della Camera ha completato l’esame del provvedimento, che potrebbe approdare presto in Aula. La proposta di legge prevede che i Comuni possano istituire una tariffa per i proprietari di cani e gatti, per finanziare iniziative contro il randagismo. Il sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo, ha sostenuto di condividere il testo, “in linea di principio”. Non sembra che il governo Monti voglia vincere l’Oscar della popolarità con questa mossa.
“AUMENTERANNO GLI ABBANDONI ESTIVI” - “La tassa per i proprietari di cani e gatti per finanziare iniziative contro il randagismo è di per sé un incremento del fenomeno”, spiega Nino Morabito. Secondo il responsabile fauna della Legambiente, la nuova tariffa incentiverà l’abbandono degli animali, soprattutto in vista delle vacanze estive. “I soliti incivili che si liberano dei fidati amici adesso potranno anche contare su una parziale giustificazione, la tassa sugli animali”. E poi i proprietari di animali non sono tutti uguali. “Chi prende un cane randagio ha sicuramente meno possibilità economiche di chi compra un cane con pedigree, dunque già allevare l’animale è un costo, figuriamoci dover aggiungere anche la tassa”, conclude Morabito.
DUE DEPUTATE DEL PDL – Il provvedimento si intitola “Norme in materia di animali d’affezione e di prevenzione del randagismo e tutela dell’incolumità pubblica”. Ha iniziato il suo iter nell’aprile 2009, con una proposta di legge di due deputate del Pdl, Jole Santelli e Fiorella Rubino Ceccacci. L’esame è stato completato lo scorso 6 marzo. Il testo è composto di 39 articoli e prevede, tra le altre cose, la creazione di un’anagrafe degli “animali d’affezione”, l’obbligo di segnalare un animale ferito al servizio veterinario pubblico e i cimiteri per cani e gatti domestici.
m.l.    www.oggi.it

Articoli: Istat disoccupazione

Ένα πολύ ενδιαφέρον άρθρο και πολύ κοντινό σε εκείνα των εξετάσεων! Κάντε κλικ πάνω στις λέξεις για να βρείτε την σημασία τους.

Istat: Sud, donne e giovani alla deriva. In Italia la crisi non è uguale per tutti

Il rapporto dell'Istituto segnala che nel nostro Paese l'ascensore sociale si è bloccato dagli anni Sessanta. Intanto l'Ocse annuncia che raggiungeremo il pareggio di bilancio nel 2014

Grandi disuguaglianze crescono. L’ascensore sociale è bloccato dagli anni Sessanta. In Italia soltanto il 20,3% dei figli degli operai è arrivato all’università, contro il 61,9% dei figli delle classi agiate, nella generazione degli anni ’80. E se il concetto non fosse chiaro, un altro dato, forse ancora più grave: il 30% della prole operaia abbandona le scuole superiori contro il 6,7% dei figli di dirigenti, imprenditori, liberi professionisti. In Italia le classi sociali esistono ancora. E la selezione comincia dai banchi di scuola. Lo sostiene il Rapporto Annuale Istat.
IL FISCO NON AIUTA… -  Secondo l’Istituto di statistica, il fisco dovrebbe avere un effetto redistributivo. Così non è. Vero è che le detrazioni Irpef pari a 1.230 euro in media per i contribuenti a basso reddito si riducono a 720 euro per chi ha un reddito tra i 28.000 e i 55.000 euro, per poi annullarsi; vero è che le detrazioni per i familiari a carico avvantaggiano i redditi più bassi.  Ma non basta. Perché “gli abbattimenti e le deduzioni dell’imponibile, invece, favoriscono particolarmente le famiglie ad alto reddito e riducono la progressitività”: sono massime (circa 5.700 euro) per i contribuenti che dichiarano più di 75.000 euro e minime (880 euro) per chi dichiara meno di 15.000 euro. Per gli incapienti (coloro che non arrivano al reddito minimo tassabile) non è previsto alcun beneficio. E come se non bastasse, le detrazioni favoriscono le famiglie con due o più percettori di reddito, contro quelle in cui a lavorare è solo uno.
I PAESI SCANDINAVI - Nei Paesi scandinavi le coppie in cui la donna non percepisce un reddito da lavoro sono meno del 4%, in Francia il 10,9%, in Spagna il 22,8%, nella Ue27 il 19,8%. In Italia il 33,7% delle donne tra i 25 e i 54 anni non ha alcun reddito. Siamo ultimi nella classifica europea. ”Nelle coppie in cui la donna non lavora (30% del totale) è più alta la frequenza dei casi in cui lei non ha accesso al conto corrente (47,1% contro il 28,6% degli uomini); non è libera di spendere per sé stessa (28,3%), non condivide le decisioni importanti con il partner (circa il 20%); non è titolare dell’abitazione di proprietà”. Inoltre le moglie separate o divorziate sono più esposte al rischio di povertà rispetto ai mariti nella stessa situazione: 24% contro 15,3%.
IL PESO DELLA FLESSIBILITA’ - La percentuale degli occupati atipici (dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionali) sul totale degli occupati è in aumento. È entrato nel mondo del lavoro da atipico il 31,1% dei nati negli anni ’70, il 44,6% dei nati dagli anni ’80 in poi. È non sempre poi si accede a un’occupazione stabile. Incide sempre la classe sociale di provenienza: “Il passaggio a lavori standard è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni, nel 29,7% dei casi è ancora precario e nell’11,6% ha perso il lavoro”.
IL POLLO DI TRILUSSA - Nel Mezzogiorno l’Istat rileva la tragica carenza dei servizi sociali. Nel 2010 il Servizio sanitario nazionale ha speso 1833 euro pro capite. Ma è come il pollo di Trilussa, i numeri vanno interpretati. Il range oscilla dai 2.191 euro della provincia di Bolzano ai 1.690 della Sicilia. Le strutture residenziali per anziani offrono in media 37 posti letto ogni 1000 anziani residenti nel Nord, e appena 10 al Sud. I livelli più alti di soddisfazione per i servizi ospedalieri si riscontrano in Piemonte, Valle d’Aosta, Trento, Veneto, Emilia Romagna e Toscana, i più bassi in Campania e Sicilia. La spesa sociale nel 2009 in seguito alla crisi è diminuita dell’1,5% nel Mezzogiorno, ma è aumentata del 6% nel Nord-Est, del 4,2% nel Nord-Ovest e del 5% al Centro. Per i servizi sociali i comuni calabresi spendono 26 euro a persona, quelli della Provincia Autonoma di Trento 280 euro. Per i disabili i comuni del Sud spendono otto volte meno di quelli del Nord. I nidi pubblici sono presenti nel 78% dei Comuni del Nord-Est ma nel 21% di quelli del Sud.
MAGRA CONSOLAZIONE – In questo fosco quadro, suona come una magra consolazione l’ultima previsione dell’Ocse, che annuncia: il deficit di bilancio dell’Italia si ridurrà all’1,7 per cento del Pil quest’anno e allo 0,6 per cento nel 2013. Siamo «in carreggiata» per «eliminare» il deficit nel 2014. «Dalla fine del 2011, l’Italia ha intrapreso importanti riforme strutturali, progredendo sulla via del risanamento delle finanze pubbliche», si legge nel rapporto. Si tratta di capire quale sia il costo sociale di questo “successo”.
Massimo Laganà www.oggi.it

Articoli: Cercando un paese per vecchi


Giovedì, 10 maggio 2012 13:10

Un euro al mese per il gas, la benzina a meno di 40 centesimi al litro: in Ecuador è possibile, come è possibile nuotare insieme alle tartarughe delle Galapagos. L’emigrazione della terza età avanza. Giapponesi, tedeschi e inglesi lo fanno già da tempo (siete stati al cinema a vedere Marigold Hotel?). Ora tocca agli italiani andare alla ricerca di un buen retiro per gli anni della pensione. E i paradisi tropicali varano incentivi per attirarli. Dal Sud America al Nord Africa, passando per l’Asia, molti ne hanno già approfittato. E sta andando benone
di Giulia Vola
Nemmeno l’età è più quella di una volta. Duemila e passa anni dopo l’indovinello della Sfinge, la terza non è più l’ultima. I novantenni di oggi sono tanti quanti i sessantenni di un secolo fa e una nuova fascia d’età – dai 60 agli 80 – è fiorita tra adulti ed anziani. E se il Fondo monetario internazionale lancia l’allarme longevità, i vecchietti del nuovo millennio si attrezzano per vivere la quarta età fuoriporta. Passaporto e voglia di ricominciare in tasca, volano verso lidi tropicali a portata di pensione. Che l’Italia non sia un Paese per vecchi i 16 milioni e 700mila pensionati lo sanno bene: la media dell’assegno è 15mila euro l’anno, ma più della metà si barcamena con meno di mille al mese.
Ora però si scopre che con quella cifra si vive più che bene in un mucchio di posti, oltreconfine. Giapponesi, inglesi e tedeschi lo fanno già da anni, adesso  tocca alla megalopoli degli arzilli: 11 milioni di over 65 italiani che hanno salute da vendere. La necessità di un buen retiro – dal Centro al Sud America dall’Asia al Nord Africa – è diventata una virtù: si spende meno, si vive meglio, si mettono da parte dei soldi. Regalarsi una seconda vita non ha prezzo.
«Anche perché in Italia, entro il 2030, i bisnonni ottantenni saranno sei milioni e i pronipoti under 10 appena cinque e mezzo», dice il demografoGian Carlo Blangiardo. Non a caso il 2012 è stato proclamato Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni. «Se dobbiamo vivere così a lungo», spiega Blangiardo, «tanto vale attrezzarsi per farlo al meglio, attivi e autosufficienti». Dopo i primi e ormai consolidati esperimenti alle Canarie e alle Baleari, in Kenya da Malindi a Watamu, nelle isole di Capo Verde, nell’indonesiana Bali, nell’Egitto di Sharm el-Sheik e in Tunisia (di qui qualcuno, pentito, è tornato a casa) gli italiani hanno squadernato l’atlante e scoperto l’oltreoceano. E se i pensionati inglesi del film Marigold Hotel scelgono di invecchiare in albergo, noi in generale preferiamo il mattone intestato. O per lo meno affittato.
Alberto Scansi e signora, settantenni torinesi che da dieci vivono in Ecuador, confermano: «Quando siamo andati in pensione ci sentivamo ancora lucidi e forti», raccontano dall’appartamento di Cotacachi, a nord di Quito e a un quarto d’ora dal mercato di Otavalo, il più spettacolare del pianeta. «È stato triste constatare che la nostra società è organizzata per un mondo dove si moriva molto prima». Pensioni magre, figli da aiutare, giornate mortificanti. «L’amore a prima vista per l’Ecuador, dove le quattro stagioni si danno il cambio in ventiquattr’ore, è stato incoraggiato dal bilancio familiare». Tre mesi dopo hanno messo in affitto l’appartamento sotto la Mole. Ora vivono a Cotacachi con 500 euro al mese, compreso l’affitto per oltre 100 metri quadri di casa. Non si negano nulla: «Siamo sulla cintura del mondo: puoi nuotare tra le tartarughe delle Galapagos, respirare l’atmosfera dell’Amazzonia e passeggiare sulle Ande». Per il gas basta un euro al mese, poco di più per l’acqua, appena 25 per l’elettricità; la benzina costa meno di 40 centesimi al litro. «La città è pulita, la gente gentile, mettiamo perfino da parte dei soldi. Il prossimo obiettivo è comprare una casa: con meno di 40mila euro ci aggiudichiamo un attico con terrazzo e vista sulle montagne».
Affacciati sull’altro oceano, Eva e Francesco Molina – veneziani trasferiti in Brasile – una casa se la sono già comprata: 30mila euro, cento metri quadri e Porto Seguro ha rimpiazzato la laguna. «Per il visto permanente bisogna provare una pensione di almeno 2mila dollari al mese».  
Di incentivi all’immigrazione dorata o – a seconda dei punti di vista – all’emigrazione della terza età, sono esperti i paradisi tropicali. Panama prima tra tutti. Bastano la fedina penale pulita e una pensione di almeno 500 dollari al mese e lo status di pensionato panamense dà diritto a sconti su un po’ tutto: intrattenimento, trasporti, visite mediche, ristoranti, hotel, bollette del telefono e dell’acqua. Le tasse sulla proprietà non si pagano per i primi 20 anni.
Marina e Piero Ogliani hanno lasciato le montagne di Sondrio per quelle di Santa Fe de Veraguas, 200 chilometri a ovest di Panama City. «Dalla finestra di casa (300 euro al mese) vediamo il parco nazionale, lussureggianti colline di foresta pluviale. Facciamo la spesa al mercato: poco più di tre euro per carne, frutta e verdura» racconta Pierodall’Internet café dove, con 40 centesimi, naviga un’ora. Nemmeno loro si fanno mancare nulla, anche loro riescono a risparmiare. Chiavi in mano, 600 euro al mese.
Nel vicino Costa Rica gli italiani ci vanno da anni. Basta una pensione da 600 euro versata su un conto aperto in loco e il gioco è fatto: «Viviamo con 1.500 dollari al mese», raccontano i signori Genovese, livornesi, da 11 anni residenti a San José, la capitale, con un visto da pensionati. «Altrove, in Sud America, basta meno», chiosa lei, «ma dopo una vita di fatica, cercavamo pace e, perché no, un po’ di lusso». Figli non ce ne sono, così c’è spazio per gli extra: «Giochiamo a golf tre volte la settimana, viviamo in una villa da 400 metri quadrati con giardino e vista magnifica che è costata meno di 200mila euro».
Un altro evergreen è il Sud Est asiatico. Dalle Filippine alla Malesia con la Thailandia sul gradino più alto del podio. Tanto più dopo lo tsunami e il clima politico pesante che hanno raffreddato i prezzi degli immobili. «Sono almeno 100mila i pensionati trasferiti in quest’area», ipotizzaAndrew Ness, direttore esecutivo di Cbre Research Asia a Hong Kong, divisione dell’agenzia immobiliare CB Richard Ellis. Pensare che, almeno in Thailandia, intestarsi una casa è quasi impossibile, e che per ottenere un visto (annuale) bisogna depositare 16mila euro in una banca locale. Chiaro che la prospettiva di cenare con meno di dieci euro e contare su un’assistenza sanitaria di ottimo livello a prezzi contenuti può valere l’investimento.
Nelle Filippine sono andati diritti al sodo. Per essere considerati pensionati non è necessario esserlo, bastano più di 35 anni e un deposito di 50mila dollari; superati i 50, ne bastano 20mila. Se invece la pensione c’è (da 800 dollari in su), la somma cala a 10mila. «Vivo a Cebu da quattro anni», racconta Vittorio Sanna, 63enne vicentino, ex manager. «Cento euro al mese d’affitto, 150 per le spese: una vita che non ha prezzo». Anche la Malesia ha lanciato l’amo e con My second home tenta i (ricchi) pensionati. Requisiti: reddito di 2.500 euro circa o deposito di 37mila. Pare che la vita sia un sogno. Parola di Banana Niwa, giapponese di nascita e americana di passaporto, con un marito italiano e una vita trascorsa a girare il mondo: «Ci siamo trasferiti a George Town sette anni fa. È un paradiso che costa un terzo degli Stati Uniti: 200 metri quadri di casa con aria condizionata, garage, palestra e piscina a meno di mille dollari al mese». Fanno un controllo medico l’anno: «Costa 12 dollari, l’assistenza è ottima e i medici parlano tutti inglese».
L’eden, insomma, sembra a portata di mano: l’unico ostacolo si può nascondere nelle ragioni del cuore. Anche sicurezza e sanità sembrano ormai garantite, grazie a comunità sempre più ricche e assicurazioni private sempre più a portata di tasca. Parola di Enrica Colasco, moglie diFrancesco, ex commercianti liguri trasferiti in Nuova Zelanda. Una casetta a Bay of Island, arcipelago a nord di Auckland, gli è costata 150mila euro. La loro barchetta è ormeggiata in fondo al giardino. Le giornate trascorrono tra la pesca, i delfini, i pinguini e le seppie giganti. «Qui si sta benissimo ma», consiglia Enrica, «Bisogna riflettere bene prima di fare un passo del genere. Abbiamo piedi per spostarci, è vero, ma abbiamo anche amici e parenti. Può capitare di sentirsi sradicati. Le occasioni diventano opportunità solo se sei pronto a godertele».
IN TUNISIA QUALCOSA E' CAMBIATO
Il peggio è passato, ma la Rivoluzione dei gelsomini, le bande che saccheggiavano sono un ricordo vivo per molti italiani over 65 emigrati in Tunisia. Piero Lotto, 70enne bergamasco approdato a Tunisi dopo la pensione, è uno di loro: «So che i carri armati presidiano ancora avenue Bourghiba», racconta. «Non riesco a dimenticare la tensione che ho respirato nelle strade. Capitava a Tunisi ma anche a Ezzahra, cittadina di 30mila abitanti piena di italiani. «Un’oasi di pace sul golfo di Tunisi», racconta Marina Busco, piemontese emigrata una decina di anni fa. «Un giorno è scoppiata la guerriglia e le strade sono diventate barricate piene d’odio». Oggi va meglio, ma la vita non è più la stessa. Nemmeno a Sidi Bou Said, il villaggio degli artisti a due passi dalla capitale: «C’è crisi e disoccupazione, la pace è tornata ma manca la fiducia», lamentaFranco Diversi. Rimanere qui, vivendo con la pensione italiana è un atto d’amore e d’egoismo».
Da: Gioia

Articoli: Come snellire le cosce



Come snellire le cosce, un quesito che affligge la mente di molte ragazze, soprattutto in questi periodi, in vista delle vacanze estive, quando abbiamo la necessità di sfoggiare gambe belle e in forma. Diciamo che la questione gambe è molto seggettiva. Ci sono ragazze che non se ne curano e altre che sono alla disperata ricerca di consigli su come snellire le cosce. In questo articolo vediamo brevemente di risolvere tale quesito!
In primo luogo, non dimenticate che la nostra eredità genetica svolge un ruolo cruciale nel determinare la nostra struttura fisica. E’ per questo che dobbiamo essere realistiche: è inutile sognare gambe lunghe e snelle se siamo basse con una struttura ossea brevolinea. Un’altra questione fisiologica è legata alla costituzione, le donne, infatti, tendono ad accumulare il grasso proprio sui fianchi e sulle gambe per assumere quella conformazione adiposa ginoide, detta più comunemente “a pera” che va a contrapporsi con una conformazione adiposa androide, conosciuta come “a mela” che vede l’accumularsi del grasso soprattutto sulla zona addominale.
Il realismo è importante quando ci prefiggiamo un obiettivo, è bene essere razionali e non andare dietro a certi modelli apparentemente perfetti. Mi riferisco a quei modelli proposti da varie campagne pubblicitarie che non fanno altro che aumentare il divario tra le persone “normali” e quelle fintamente perfette. Tuttavia è bello poter sfruttare a pieno le potenzialità che ci offre il nostro corpo ed è altrettanto bello provare a ottenere gambe snelle.
Come snellire le cosce:
-con la dieta
-l’esercizio
-massaggi
-chirurgia estetica
Come snellire le cosce. La dieta.
Per snellire le cosce, la prima cosa da fare è controllare la propria alimentazione. Un’alimentazione scorretta e la vita sedentaria, sono alla base dei problemi legati all’accumulo di grasso. E’ bene non seguire le “diete fai da te“, meglio affidarsi a un esperto del settore, soprattutto quando si vuole dimagrire solo una zona precisa del proprio corpo. L’unico consiglio che si può dare è di evitare cibi fritti, grassi, bevande gassate, dolci e tutti i prodotti industriali da forno.
Un altro consiglio fondamentale per essere in forma è legato al “quando mangiare”. Ricordate di fare più pasti durante la giornata con una giusta frammentazione della propria vita alimentare così da avere una colazione, uno spuntino, un pranzo, una merenda e una cena. Questo manterrà vivo il vostro metabolismo e attenuerà il senso di fame.
Come snellire le cosce. Gli esercizi.
Bisogna mettere al bando la vita sendentaria! Il consiglio è di iscrivervi in palestra, oppure, per riattivare la circolazione delle cosce, frequentare un corso di acquagym, particolarmente consigliato per chi soffre di cellulite.
Se per alcuni motivi non potete iscrivervi in palestra, per snellire le cosce potete effettuare degli esercizi semplici, come delle lunghe passeggiate o gite in bicicletta. Cercate di fare almeno mezz’ora di attività fisica quattro o cinque volte a settimana.
Gli esercizi più adatti per snellire le cosce sono gli squat e gli affondi, alternando le gambe. Possono essere eseguiti con l’utilizzo di pesi molto leggeri, oppure semplicemente sul peso del vostro corpo. Ricordate di non utilizzare pesi pesanti così eviterete di gonfiare ulteriormente i muscoli delle gambe. Basteranno pesi da 0.5 o 1 kg. Questi esercizi vi aiuteranno principalmente a tonificare le gambe. Purtroppo non vi è bacchetta magicaquindi quando eseguirete questi esercizi, nel bene o nel male, dimagrirete tutto il corpo.
Come snellire le cosce. I massaggi.Sono particolarmente consigliati a chi soffre di cellulite. Esistono massaggi snellenti, modellanti o anti-cellulite. Ci sono fanghi da applicare e altre strategie offerte dall’estetica moderna. Provate a rivolgervi in un centro specializzato esprimendo le vostre esigenze.
Come snellire le cosce. La chirurgia.E’ un passo molto drastico e bisogna rifletterci su prima di farlo. Rappresenta l’ultima risorsa ed è consigliata solo quando avete già provato ad attuare -con scarsi risultati- le strategie già suggerite in precedenza. Liposuzione, rimodellamento, liposcultura, sono diverse le tecniche offerte dalla chirurgia ma ricordate, la chirurgia non è mai uno scherzo, meglio pensarci bene.
http://comefare.donnamoderna.com/come-snellire-le-cosce-251.html

mercoledì 21 dicembre 2011

Τι γράφεται για μας; Grecia 2011, il Natale senza festa



Con la crisi criminalità, disoccupazione e indigenza
«Noi come nel 1965, mai stati così poveri»

Dal nostro inviato BENEDETTA ARGENTIERI
ATENE- La voce di Elvis che canta White Christmas rimbomba per tutta la strada a pochi giorni dal Natale. Di fianco le casse un bambino di sei anni si dimena in un piumino che è troppo grande per la sua età, con un dito indica lo scaffale di caramelle in un negozio che svende tutto. La madre gli accarezza la testa e guarda altrove. Questo non è il momento dei regali. Perché Atene non è in festa.
Una signora vende i fiori a Kolonnakis Una signora vende i fiori a Kolonnakis
UN SET DI UN FILM- La città affronta il periodo come se fosse un supplizio per non essere in grado di celebrare alcunché. L’ennesima umiliazione dopo essere stata strangolata dai debiti, dai tagli e dalle tasse. E dalle richieste della Troika. Il Comune prova a far dimenticare la crisi, le violenze, la povertà. Ha piantato un albero poco addobbato in mezzo a piazza Omonia, assediata da criminalità e prostituzione. Sotto, un presepe che di notte viene usato dai clochard come rifugio. Ha fissato le luminarie a Kolonnakis, quartiere dello shopping di lusso, ma tra i negozi vuoti, seppure con sconti che arrivano al 70 per cento, e quelli chiusi sembra il set di un film che racconta una vita che non c’è più. Migliaia di persone passeggiano, in quello che dovrebbe essere l’ultimo sabato di shopping prenatalizio, senza avere sacchetti in mano. Senza un sorriso. Non si fermano nemmeno davanti alle vetrine a indicare l’oggetto del desiderio. L’apparenza, così cara ai greci, non conta più. Affollano i caffé. Ma quello di sedersi a un tavolino a parlare della situazione economica, sembra oramai l’unico vero lusso che si possono permettere.
I TAGLI DELLE FAMIGLIE- Gli altri si arrangiano come possono, fanno di tutto per far quadrare i conti. «I regali? Li ho fatti solo ai miei nipoti in un bazaar. Ho speso circa 70 euro». George, 59 anni tassista, sorride dietro ai folti baffi grigi, guardando nello specchietto retrovisore. Guadagna la metà rispetto al 2009 e intanto il costo della vita è raddoppiato. Ci sono sempre nuove tasse da pagare e aumenti inaspettati. Si taglia dove si può. Così la maggior parte dei palazzi ha spento il riscaldamento centralizzato perché «in troppi non pagavano». Le famiglie utilizzano stufe elettriche e fornelletti. La nuova trovata del governo è quella di inserire nelle bollette la quarta tassa sulla casa. E se non si paga staccano la luce. «E’ incostituzionale, per questo ci siamo rivolti a un giudice», spiega George Papadatos, libraio di Monastiraki. Indicando i 600 euro in più sul conto dell’elettricità. I lunghi capelli argentati gli incorniciano il viso. Stanco e provato. George colleziona volumi antichi e spulciando nel suo negozio si possono trovare vere rarità. «Non è proprio un mestiere con cui si diventa ricchi». In un giorno è riuscito a vendere 35 euro di merce. Lo spettro della rassegnazione adombra gli occhi che un tempo dovevano essere pieni di vita. «Mai mi sarei immaginato di trovarmi a 69 anni in questa situazione». Ogni mattina apre alle 8 e chiude alle 10 di sera. «Non si sa mai qualcuno volesse fare un regalo». Quattordici ore di lavoro che condivide con la moglie e il figlio di 23 anni. Ed è proprio parlando di lui che il tono della voce si fa ancora più grave:«Quella dei giovani è la tragedia della Grecia».
Atene e il Natale della crisiAtene e il Natale della crisi     Atene e il Natale della crisi     Atene e il Natale della crisi     Atene e il Natale della crisi     Atene e il Natale della crisi
«LA TRAGEDIA DEI GIOVANI» - Il 40 per cento dei ragazzi tra i 18 e 30 anni è disoccupato. In molti lavorano gratis. Cercano di arrotondare facendo, bene che vada, i camerieri. Chi può scappa, lascia il Paese. Si parte per la Germania, la Svezia. Davanti all’ambasciata australiana per giorni in centinaia si sono messi in coda: si cercano medici da “importare” a Sydney. Per chi rimane è la desolazione. “Vorrei abbandonare tutto ma mio padre sta male. E anche se non ho un lavoro, la mia famiglia mi ha chiesto di rimanere”. Pablo ha 23 anni, si è laureato con il massimo dei voti all’Università di Atene in Economia. “Farei qualsiasi cosa, non si trova nulla, nemmeno per le consegne a domicilio perché non c’è niente da consegnare”. Frustrazione e rabbia si mescolano in un cocktail che in molti ritengono possa diventare pericoloso. “Perché da qualche parte questa molla deve essere scaricata”.
Centinaia i cartelli Affitasi  sui palazzi Centinaia i cartelli Affitasi sui palazzi
CRIMINALITA' E DISOCCUPAZIONE- Così sopravvivere da queste parti non è facile. «Almeno 30mila negozi hanno chiuso solo in centro. Per intenderci uno su tre. I suicidi sono aumentati del 40 per cento. Il 20 per cento delle persone ha perso il lavoro. Altrettante vivono sotto la soglia di povertà», Greg Chrisohidis, fotografo 39enne dai lunghi capelli corvini, snocciola le cifre che vengono ripetute sui giornali. I numeri possono essere asettici, «ma questa è macelleria sociale». E le ricadute si vedono dovunque, anche in Pireus street, dove migliaia di greci si mettono in fila per un pasto da portare via in un sacchetto azzurro. Si vedono camminare per le strade del centro che oramai è stato diviso tra bande e immigrati che pensavano di trovare lavoro in Europa. E invece sono costretti a rimanere in Grecia. Senza un lavoro. Si sono spartiti il territorio dello spaccio e della prostituzione. Una dose di eroina, così come qualche minuto in compagnia, costa cinque euro, la stessa cifra che si paga per due souvlaki (spiedini). E quando cala la sera non c’è greco che possa passare indenne da queste vie. La criminalità (al 9 per cento nel 2009) è raddoppiata in due anni. Le strade male illuminate rendono il centro poco papabile per turisti e uomini d’affari. Con il risultato che migliaia di compagnie hanno abbandonato i loro uffici e almeno 18 alberghi intorno a Omonia hanno chiuso. Il cuore di Atene ha smesso di battere con questo esodo.
C'È CHI TIFA PER IL DEFAULT - «Se continuiamo così nemmeno il turismo ci salverà», sottolinea Christos Zafeiropoulos. Le sue speranze sono riposte negli stranieri visto che ha deciso di aprire un ristorante sotto l’ombra del Partenone. «Non pago i dipendenti da due mesi. Ma continuiamo a lavorare tutti i giorni». Per rientrare dai costi dovrebbe fare almeno 40 coperti tra pranzo e cena. Se arriva a dieci è «fortunato». Tiene duro, «per la mia famiglia e per i lavoratori». Certo è che a pensare alle feste, la prima cosa che viene in mente è il 2012. L’annus horribilis. L’anno della svolta. Lui tifa per il default. «Torniamo alla Dracma per non essere più schiavi dei tedeschi». E come lui centinaia di giovani. «Chiunque dica una cosa del genere o è un pazzo o un giocatore d’azzardo». Stathis Anestis, segretario generale del sindacato Gsee, è seduto nel suo ufficio in un palazzo coperto da uova di vernice lanciate durante una manifestazione. Scuote la testa, mentre sfoglia il rapporto sul suo Paese. «Siamo tornati a vivere nelle stesse condizioni del ’65, non siamo mai stati così male». Eppure le avvisaglie c’erano. «Sì, ma non ci abbiamo creduto. Ora bisogna ricominciare a crescere. Perché il paracadute delle famiglie non può durare a lungo». In molti casi non funziona già più. Un gruppo di studenti fuorisede dell’Università di Atene canta nella speranza di strappare un sorriso ai passanti. E, neanche a dirlo, qualche spicciolo. Il cestino è quasi vuoto. E’ il Natale ai tempi della crisi. E’ il Natale 2011 ad Atene.

20 dicembre 2011 | 13:35
http://www.corriere.it/esteri/11_dicembre_20/natale-grecia-crisi_89bb53e6-2ae6-11e1-b7ec-2e901a360d49.shtml