Ιταλική γλώσσα

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giovedì 11 ottobre 2012

Italo Calvino: La pioggia e le foglie


In ditta, tra le varie altre incombenze, a Marcovaldo toccava quella d'innaffiare ogni mattina la pianta in vaso dell'ingresso. Era una di quelle piante verdi che si tengono in casa, con un fusto diritto ed esile da cui si staccano, da una parte e dall'altra, su lunghi gambi foglie larghe e lucide: insomma, una di quelle piante così a forma di pianta, con foglie così a forma di foglia, che non sembrano vere. Ma era pur sempre una pianta, e come tale soffriva, perché a star lì, tra la tenda e il portaombrelli, le mancavano luce, aria e rugiada. Marcovaldo ogni mattina scopriva qualche brutto segno: a una foglia il gambo s'inclinava come se non ce la facesse più a reggere il peso, un'altra s'andava picchiettando di chiazze come la guancia d'un bambino col morbillo, la punta d'una terza ingialliva; finché, una o l'altra, taci, la si trovava in terra. Intanto (quel che più stringeva il cuore) il fusto della pianta s'allungava, s'allungava, non più ordinatamente fronzuto, ma nudo come un bastone, con un ciuffetto in cima che la faceva somigliare a un palmizio.
Marcovaldo sgomberava il pavimento dalle foglie cadute, spolverava quelle sane, versava a pie della pianta (lentamente, che non traboccasse sporcando le piastrelle) mezzo annaffiatoio d'acqua, subito bevuto dalla terra del vaso. E in questi semplici gesti metteva un'attenzione come in nessun altro suo lavoro, quasi una compassione per le disgrazie d'una persona di famiglia. E sospirava, non si sa se per la pianta o per sé: perché in quell'arbusto che ingialliva allampanato tra le pareti aziendali riconosceva un fratello di sventura.
La pianta (così, semplicemente, essa era chiamata, come se ogni nome più preciso fosse inutile in un ambiente in cui a essa sola toccava di rappresentare il regno vegetale) era entrata nella vita di Marcovaldo tanto da dominare i suoi pensieri in ogni ora del giorno e della notte. Lo sguardo con cui egli ora scrutava in ciclo l'addensarsi delle nuvole, non era più quello del cittadino che si domanda se deve o no prendere l'ombrello, ma quello dell'agricoltore che di giorno in giorno aspetta la fine della siccità. E appena, alzando il capo dal lavoro, scorgeva controluce, fuor della finestrella del magazzino, la cortina di pioggia che aveva cominciato a scendere fitta e silenziosa, lasciava lì tutto, correva alla
pianta, prendeva in braccio il vaso e lo posava fuori, in cortile.
La pianta, a sentir l'acqua che le scorreva per le foglie, pareva espandersi per offrire più superficie possibile alle gocce, e dalla gioia colorarsi del suo verde più brillante: o almeno così sembrava a Marcovaldo che si fermava a contemplarla dimenticando di mettersi al riparo.
Restavano lì in cortile, uomo e pianta, l'uno di fronte all'altra, l'uomo quasi provando sensazioni da pianta sotto la pioggia, la pianta – disabituata all'aria aperta e ai fenomeni della natura – sbalordita quasi quanto un uomo che si trovi tutt'a un tratto bagnato dalla testa ai piedi e coi vestiti zuppi. Marcovaldo, a naso in su, assaporava l'odore della pioggia, un odore – per lui – già di boschi e di prati, e andava inseguendo con la mente dei ricordi indistinti. Ma tra questi ricordi s'affacciava, più chiaro e vicino, quello dei dolori reumatici che lo affliggevano ogni anno; e allora, in fretta, ritornava al coperto.
Finito l'orario di lavoro, bisognava chiudere la ditta. Marcovaldo chiese al magazziniere-capo: – Posso lasciar fuori la pianta, lì in cortile? Il capo, signor Viligelmo, era un tipo che rifuggiva dalle responsabilità troppo onerose. – Sei matto? E se la rubano? Chi è che ne risponde?
Marcovaldo però, a vedere il profitto che la pianta traeva dalla pioggia, non si sentiva di rimetterla al chiuso: sarebbe stato sprecare quel dono del ciclo. – Potrei tenerla con me fino a domattina... – propose. – La carico sul portapacchi e me la porto a casa... Così le faccio prendere più pioggia che si può... Il signor Viligelmo ci pensò un poco, poi concluse: – Vuoi dire che ne rispondi tu, – e assentì.
Marcovaldo attraversava la città sotto la pioggia dirotta, curvo sul manubrio della sua bicicletta a motore, incappucciato in una giacca–a–vento impermeabile. Dietro, sul portapacchi, aveva legato il vaso, e bici uomo pianta parevano una cosa sola, anzi l'uomo ingobbito e infagottato scompariva, e si vedeva solo una pianta in bicicletta. Ogni tanto, da sotto il cappuccio, Marcovaldo voltava indietro lo sguardo fino a veder sventolare dietro le sue spalle una foglia stillante: e ogni volta gli pareva che la pianta fosse diventata più alta e più fronzuta.
A casa – una mansarda col davanzale sui tetti –appena Marcovaldo arrivò col vaso tra le braccia, i bambini presero a fare girotondo.
– L'albero di Natale! L'albero di Natale!
– Ma no, cosa vi viene in mente? C'è tempo a Natale! – protestava Marcovaldo. – Attenti alle foglie che sono delicate!
– Già in questa casa ci stiamo come in una scatola di sardine, – brontolò Domitilla. – Se ci porti pure un albero, dovremo uscire noi...
– Ma se è una piantina! La metto sul davanzale...
L'ombra della pianta sul davanzale si poteva vedere dalla stanza. Marcovaldo a cena non guardava nel piatto ma oltre i vetri della finestra.
Da quando avevano lasciato il seminterrato per la mansarda, la vita di Marcovaldo e famiglia era migliorata di molto. Però anche l'abitare sotto i tetti aveva i suoi inconvenienti: il soffitto per esempio lasciava colare qualche goccia. Le gocce cadevano in quattro o cinque punti ben precisi, a intervalli regolari; e Marcovaldo vi metteva sotto bacinelle o casseruole. Le notti di pioggia quando tutti erano a letto, si sentiva il tic–toc–tuc dei vari gocciolii, che dava un brivido come per un presagio di reumatismi. Quella notte, invece, a Marcovaldo, ogni volta che nel suo sonno inquieto si svegliava e tendeva l'orecchio, il tic–toc–tuc pareva una musichetta allegra: gli diceva che la pioggia continuava, blanda e ininterrotta, e nutriva la pianta, spingeva la linfa su per gli esili peduncoli, tendeva le foglie
come vele. «Domani, affacciandomi, la troverò cresciuta!» pensava.
Ma con tutto che l'avesse pensato, aprendo la finestra al mattino non poteva credere ai suoi occhi: la pianta ora ingombrava mezza finestra, le foglie erano per lo meno raddoppiate di numero, e non più reclinate sotto il loro peso ma tese e aguzze come spade. Scese le scale col vaso stretto al petto, lo legò al portapacchi e corse in ditta. Era spiovuto, ma la giornata rimaneva incerta. Marcovaldo non era ancora sceso di sella, quando riprese a cascare qualche goccia. «Visto che le fa così bene, la lascio ancora in cortile» pensò lui.
In magazzino, ogni tanto andava a mettere il naso fuori della finestrella che dava sul cortile. Questo suo distrarsi dal lavoro, al magazziniere–capo non garbava. – Be', cosa ci hai oggi, da guardare fuori?
– Cresce! Venga a vedere anche lei, signor Viligelmo! – e Marcovaldo gli faceva cenno con la mano, e parlava quasi sottovoce, come se la pianta non dovesse accorgersene.
– Guardi come cresce! Neh, che è cresciuta?
– Sì, è cresciuta un bel po', – ammise il capo, e per Marcovaldo fu una di quelle soddisfazioni che la vita in ditta riserva ben di rado al personale. Era sabato. Il lavoro terminava all'una e fino al lunedì non si tornava. Marcovaldo avrebbe voluto riprendere la pianta con sé, ma ormai, non piovendo più, non sapeva che scusa trovare. Il cielo però non era sgombro: nubi nere, a cumuli, erano sparse un po' qua e un po' là. Andò dal capo, che, appassionato di meteorologia, teneva appeso sopra il suo
tavolo un barometro.
– Come si mette, signor Viligelmo?
– Brutto, sempre brutto, – lui disse. – Del resto, qui non sta piovendo, ma nel quartiere dove abito sì: ho telefonato ora a mia moglie.
– Allora, – s'affrettò a proporre Marcovaldo, – io porterei la pianta a fare un giro dove piove, – e detto fatto tornò a sistemare il vaso sul portapacchi della bici. Il sabato pomeriggio e la domenica, Marcovaldo li passò in questo modo: caracollando sul sellino della sua bicicletta a motore, con la pianta dietro, scrutava il cielo, cercava una nuvola che gli sembrasse ben intenzionata, e correva per le vie finché non incontrava pioggia. Ogni tanto, voltandosi, vedeva la pianta un po' più alta: alta come i taxi, come i camioncini, come i tram! E con le foglie sempre più larghe, dalle quali la pioggia scivolava sul suo cappuccio impermeabile come da una doccia.
Ormai era un albero su due ruote, quello che correva la città disorientando vigili guidatori pedoni. E le nuvole, nello stesso tempo, correvano le vie del vento, sventagliavano di pioggia un quartiere e poi l'abbandonavano; e i passanti uno a uno sporgevano la mano e richiudevano gli ombrelli; e, per vie e corsi e piazze, Marcovaldo rincorreva la sua nuvola, curvo sul manubrio, imbacuccato nel cappuccio da cui sporgeva solo il naso, col motorino scoppiettante a tutto gas, tenendo la pianta nella traiettoria delle gocce, come se lo strascico di pioggia che la nuvola si tirava dietro si fosse impigliato alle foglie e così tutto corresse trascinato dalla stessa forza: vento nuvola pioggia pianta ruote.
Il lunedì Marcovaldo si presentò al signor Viligelmo a mani vuote.
– E la pianta? – chiese subito il magazziniere-capo.
– È fuori. Venga.
– Dove? – fece Viligelmo. – Non la vedo.
– È quella lì. È cresciuta un po'... – e indicò un albero che arrivava al secondo piano. Era piantato non più nel vecchio vaso ma in una specie di barile, e al posto della bicicletta Marcovaldo aveva dovuto procurarsi un motociclo a furgoncino.
– E adesso? – s'infuriò il capo. – Come possiamo farla stare nell'ingresso? Non passa più dalle porte!
Marcovaldo si strinse nelle spalle.
– L'unica, – disse Viligelmo, – è restituirla al vivaio in cambio d'un'altra dalle dimensioni giuste!
Marcovaldo rimontò in sella. – Vado.
Ricominciò la corsa per la città. L'albero riempiva di verde il centro delle vie. I vigili, preoccupati per il traffico, lo fermavano a ogni incrocio; poi – quando Marcovaldo spiegava che stava riportando la pianta al vivaio per toglierla di mezzo – lo lasciavano proseguire. Ma, gira gira, Marcovaldo la strada del vivaio non si decideva a imboccarla. Di separarsi dalla sua creatura, ora che l'aveva tirata su con tanta fortuna, non aveva cuore: nella sua vita gli pareva di non aver mai avuto tante soddisfazioni come da questa pianta.
E così continuava a far la spola per vie e piazze e lungofiumi e ponti. E una verzura da foresta tropicale dilagava fino a coprirgli la testa le spalle le braccia, fino a farlo scomparire nel verde. E tutte queste foglie e gambi di foglia ed anche il fusto (che era rimasto sottilissimo) oscillavano oscillavano come per un continuo tremito, sia che scrosci di pioggia ancora scendessero a percuoterli, sia che le gocce si facessero più rade, sia che s'interrompessero del tutto.
Spiovve. Era l'ora verso il tramonto. In fondo alle vie, nello spazio tra le case, si posò una luce confusa d'arcobaleno. La pianta, dopo quell'impetuoso sforzo di crescita che l'aveva tesa finché durava la pioggia, si trovò come sfinita. Marcovaldo continuando la sua corsa senza meta non s'accorgeva che dietro di lui le foglie a una a una passavano dal verde intenso al giallo, un giallo d'oro.
Già da un pezzo, un corteo di motorette e auto e bici e  ragazzi s'era messo a seguire l'albero che passava per la città, senza che Marcovaldo se ne fosse accorto, e gridavano: – II baobab! Il baobab! – e con grandi: – Oooh! – d'ammirazione seguivano l'ingiallire delle foglie. Quando una foglia si staccava e volava via, molte mani s'alzavano per coglierla al volo.
Prese a tirare vento; le foglie d'oro, a raffiche, correvano via a mezz'aria, volteggiavano.
Marcovaldo ancora credeva d'avere alle spalle l'albero verde e folto, quando a un tratto –forse sentendosi nel vento senza riparo – si voltò. L'albero non c'era più: solo uno smilzo stecco da cui si dipartiva una raggerà di peduncoli nudi, e ancora un'ultima foglia gialla là in cima. Alla luce dell'arcobaleno tutto il resto sembrava nero: la gente sui marciapiedi, le facciate delle case che facevano ala; e su questo nero, a mezz'aria, giravano giravano le foglie d'oro, brillanti, a centinaia; e mani rosse e rosa a centinaia s'alzavano dall'ombra per acchiapparle; e il vento sollevava le foglie d'oro verso l'arcobaleno là in fondo, e le mani, e le grida; e staccò anche l'ultima foglia che da gialla diventò color d'arancio poi rossa violetta azzurra verde poi di nuovo gialla e poi sparì.

martedì 9 ottobre 2012

Italo Calvino: La pietanziera


Le gioie di quel recipiente tondo e piatto chiamato «pietanziera» consistono innanzitutto nell'essere svitabile. Già il movimento di svitare il coperchio richiama l'acquolina in bocca, specie se uno non sa ancora quello che c'è dentro, perché ad esempio è sua moglie che gli prepara la pietanziera ogni mattina. Scoperchiata la pietanziera, si vede il mangiare lì pigiato: salamini e lenticchie, o uova sode e barbabietole, oppure polenta e stoccafisso, tutto ben assestato in quell'area di circonferenza come i continenti e i mari nelle carte del globo, e anche se è poca roba fa l'effetto di qualcosa di sostanzioso e di compatto. Il coperchio, una volta svitato, fa da piatto, e così si hanno due recipienti e si può
cominciare a smistare il contenuto.
Il manovale Marcovaldo, svitata la pietanziera e aspirato velocemente il profumo, da mano alle posate che si porta sempre dietro, in tasca, involte in un fagotto, da quando a mezzogiorno mangia con la pietanziera anziché tornare a casa. I primi colpi di forchetta servono a svegliare un po' quelle vivande intorpidite, a dare il rilievo e l'attrattiva d'un piatto appena servito in tavola a quei cibi che se ne sono stati lì rannicchiati già tante ore. Allora si comincia a vedere che la roba è poca, e si pensa: «Conviene mangiarla lentamente», ma già si sono portate alla bocca, velocissime e fameliche, le prime
forchettate.
Per primo gusto si sente la tristezza del mangiare freddo, ma subito ricominciano le gioie, ritrovando i sapori del desco familiare, trasportati su uno scenario inconsueto. Marcovaldo adesso ha preso a masticare lentamente: è seduto sulla panchina d'un viale, vicino al posto dove lui lavora; siccome casa sua è lontana e ad andarci a mezzogiorno perde tempo e buchi nei biglietti tramviari, lui si porta il desinare nella pietanziera, comperata apposta, e mangia all'aperto, guardando passare la gente, e poi beve a una fontana. Se è d'autunno e c'è sole, sceglie i posti dove arriva qualche raggio; le foglie
rosse e lucide che cadono dagli alberi gli fanno da salvietta; le bucce di salame vanno a cani randagi che non tardano a divenirgli amici; e le briciole di pane le raccoglieranno i passeri, un momento che nel viale non passi nessuno.
Mangiando pensa: «Perché il sapore della cucina di mia moglie mi fa piacere ritrovarlo qui, e invece a casa tra le liti, i pianti, i debiti che saltano fuori a ogni discorso, non mi riesce di gustarlo?» E poi pensa: «Ora mi ricordo, questi sono gli avanzi della cena d'ieri». E lo riprende già la scontentezza, forse perché gli tocca di mangiare gli avanzi, freddi e un po' irranciditi, forse perché l'alluminio della pietanziera comunica un sapore metallico ai cibi, ma il pensiero che gli gira in capo è: «Ecco che l'idea di Domitilla riesce a guastarmi anche i desinari lontano da lei».
In quella, s'accorge che è giunto quasi alla fine, e di nuovo gli sembra che quel piatto sia qualcosa di molto ghiotto e raro, e mangia con entusiasmo e devozione gli ultimi resti sul fondo della pietanziera, quelli che più sanno di metallo. Poi, contemplando il recipiente vuoto e unto, lo riprende di nuovo la tristezza.
Allora involge e intasca tutto, s'alza, è ancora presto per tornare al lavoro, nelle grosse tasche del giaccone le posate suonano il tamburo contro la pietanziera vuota. Marcovaldo va a una bottiglieria e si fa versare un bicchiere raso all'orlo; oppure in un caffè e sorbisce una tazzina; poi guarda le paste nella bacheca di vetro, le scatole di caramelle e di torrone, si persuade che non è vero che ne ha voglia, che proprio non ha voglia di nulla, guarda un momento il calcio–balilla per convincersi che vuole ingannare il tempo, non l'appetito. Ritorna in strada. I tram sono di nuovo affollati, s'avvicina l'ora di tornare al lavoro; e lui s'avvia.
Accadde che la moglie Domitilla, per ragioni sue, comprò una grande quantità di salciccia. E per tre sere di seguito a cena Marcovaldo trovò salciccia e rape. Ora, quella salciccia doveva essere di cane; solo l'odore bastava a fargli scappare l'appetito. Quanto alle rape, quest'ortaggio pallido e sfuggente era il solo vegetale che Marcovaldo non avesse mai potuto soffrire.
A mezzogiorno, di nuovo: la sua salciccia e rape fredda e grassa lì nella pietanziera. Smemorato com'era, svitava sempre il coperchio con curiosità e ghiottoneria, senza ricordarsi quel che aveva mangiato ieri a cena, e ogni giorno era la stessa delusione. Il quarto giorno, ci ficcò dentro la forchetta, annusò ancora una volta, s'alzò dalla panchina, e reggendo in mano la pietanziera aperta s'avviò distrattamente per il viale. I passanti vedevano quest'uomo che passeggiava con in una mano una forchetta e nell'altra un recipiente di salciccia, e sembrava non si decidesse a portare alla bocca la prima forchettata.
Da una finestra un bambino disse: – Ehi, tu, uomo!
Marcovaldo alzò gli occhi. Dal piano rialzato di una ricca villa, un bambino stava con i gomiti puntati al davanzale, su cui era posato un piatto.
– Ehi, tu, uomo! Cosa mangi?
– Salciccia e rape!
– Beato te! – disse il bambino.
– Eh... – fece Marcovaldo, vagamente.
– Pensa che io dovrei mangiare fritto di cervella...
Marcovaldo guardò il piatto sul davanzale. C'era una frittura di cervella morbida e riccioluta come un cumulo di nuvole. Le narici gli vibrarono.
– Perché: a te non piace, il cervello?... – chiese al bambino.
– No, m'hanno chiuso qui in castigo perché non voglio mangiarlo. Ma io lo butto dalla finestra.
– E la salciccia ti piace?...
– Oh, sì, sembra una biscia... A casa nostra non ne mangiamo mai...
– Allora tu dammi il tuo piatto e io ti do il mio.
– Evviva! – II bambino era tutto contento. Porse all'uomo il suo piatto di maiolica con una forchetta d'argento tutta ornata, e l'uomo gli diede la pietan–ziera colla forchetta di stagno. Così si misero a mangiare tutti e due: il bambino al davanzale e Marcovaldo seduto su una panchina lì di fronte, tutti e due leccandosi le labbra e dicendosi che non avevano assaggiato mai un cibo così buono.
Quand'ecco, alle spalle del bambino compare una governante colle mani sulle anche.
– Signorino! Dio mio! Che cosa mangia?
– Salciccia! – fa il bambino.
– E chi gliel'ha data?
– Quel signore lì, – e indicò Marcovaldo che ifiterruppe il suo lento e diligente mastichio d'un boccone di cervello.
– Butti via! Cosa sento! Butti via!
– Ma è buona...
– E il suo piatto? La forchetta?
– Ce l'ha il signore... – e indicò di nuovo Marcovaldo che teneva la forchetta in aria con infilzato un pezzo di cervello morsicato.
Quella si mise a gridare: – Al ladro! Al ladro! Le posate!
Marcovaldo s'alzò, guardò ancora un momento la frittura lasciata a metà, s'avvicinò alla finestra, posò sul davanzale piatto e forchetta, fissò la governante con disdegno, e si ritrasse. Sentì la pietanzie–ra rotolare sul marciapiede, il pianto del bambino, lo sbattere della finestra che veniva richiusa con mal garbo. Si chinò a raccogliere pietanziera e coperchio. S'erano un po' ammaccati; il coperchio non avvitava più bene. Cacciò tutto in tasca e andò al lavoro.

mercoledì 3 ottobre 2012

Italo Calvino: II bosco sull'autostrada



II freddo ha mille forme e mille modi di muoversi nel mondo: sul mare corre come una mandra di cavalli, sulle campagne si getta come uno sciame di locuste, nelle città come lama di coltello taglia le vie e infila le fessure delle case non riscaldate. A casa di Marcovaldo quella sera erano finiti gli ultimi stecchi, e la famiglia, tutta incappottata, guardava nella stufa impallidire le braci, e dalle loro bocche le nuvolette salire a ogni
respiro. Non dicevano più niente; le nuvolette parlavano per loro: la moglie le cacciava lunghe lunghe come sospiri, i figlioli le soffiavano assorti come bolle di sapone, e Marcovaldo le sbuffava verso l'alto a scatti come lampi di genio che subito svaniscono.
Alla fine Marcovaldo si decise: – Vado per legna; chissà che non ne trovi –. Si cacciò
quattro o cinque giornali tra la giacca e la camicia a fare da corazza contro i colpi d'aria, si
nascose sotto il cappotto una lunga sega dentata, e così uscì nella notte, seguito dai
lunghi sguardi speranzosi dei familiari, mandando fruscii cartacei ad ogni passo e con la
sega che ogni tanto gli spuntava dal bavero.

Andare per legna in città: una parola! Marcovaldo si diresse subito verso un pezzette di
giardino pubblico che c'era tra due vie. Tutto era deserto. Marcovaldo studiava le nude
piante a una a una pensando alla famiglia che lo aspettava battendo i denti...
Il piccolo Michelino, battendo i denti, leggeva un libro di fiabe, preso in prestito alla
bibliotechina della scuola. Il libro parlava d'un bambino figlio di un taglialegna, che usciva
con l'accetta, per far legna nel bosco. – Ecco dove bisogna andare, – disse Michelino, –
nel bosco! Lì sì che c'è la legna! – Nato e cresciuto in città, non aveva mai visto un bosco
neanche di lontano.
Detto fatto, combinò coi fratelli: uno prese un'accetta, uno un gancio, uno una corda,
salutarono la mamma e andarono in cerca di un bosco.
Camminavano per la città illuminata dai lampioni, e non vedevano che case: di boschi,
neanche l'ombra. Incontravano qualche raro passante, ma non osavano chiedergli
dov'era un bosco. Così giunsero dove finivano le case della città e la strada diventava
un'autostrada.
Ai lati dell'autostrada, i bambini videro il bosco: una folta vegetazione di strani alberi
copriva la vista della pianura. Avevano i tronchi fini fini, diritti o obliqui; e chiome piatte e
estese, dalle più strane forme e dai più strani colori, quando un'auto passando le
illuminava coi fanali. Rami a forma di dentifricio, di faccia, di formaggio, di mano, di rasoio,
di bottiglia, di mucca, di pneumatico, costellate da un fogliame di lettere dell'alfabeto.
– Evviva! – disse Michelino, – questo è il bosco!
E i fratelli guardavano incantati la luna spuntare tra quelle strane ombre: – Com'è bello...
Michelino li richiamò subito allo scopo per cui erano venuti lì: la legna. Così abbatterono
un alberello a forma di fiore di primula gialla, lo fecero in pezzi e lo portarono a casa.
Marcovaldo tornava col suo magro carico di rami umidi, e trovò la stufa accesa.
Dove l'avete preso? – esclamò indicando i resti del cartello pubblicitario che, essendo di
legno compensato, era bruciato molto in fretta.
– Nel bosco! – fecero i bambini.
– E che bosco?
– Quello dell'autostrada. Ce n'è pieno!
Visto che era così semplice, e che c'era di nuovo bisogno di legna, tanto valeva seguire
l'esempio dei bambini. Marcovaldo tornò a uscire con la sua sega, e andò sull'autostrada.
L'agente Astolfo della polizia stradale era un po' corto di vista, e la notte, correndo in moto
per il suo servizio, avrebbe avuto bisogno degli occhiali; ma non lo diceva, per paura
d'averne un danno nella sua carriera.
Quella sera, viene denunciato il fatto che sull'autostrada un branco di monelli stava
buttando giù i cartelloni pubblicitari. L'agente Astolfo parte d'ispezione.
Ai lati della strada la selva di strane figure ammo–nitrici e gesticolanti accompagna
Astolfo, che le scruta a una a una, strabuzzando gli occhi miopi. Ecco che, al lume del
fanale della moto, sorprende un monellaccio arrampicato su un cartello. Astolfo frena: –
Ehi! che fai lì, tu? Salta giù subito! – Quello non si muove e gli fa la lingua. Astolfo si
avvicina e vede che è la réclame d'un formaggino, con un bamboccione che si lecca le
labbra. – Già, già, – fa Astolfo, e riparte a gran carriera.
Dopo un po', nell'ombra di un gran cartellone, illumina una trista faccia spaventata. – Alto
là! Non cercate di scappare! – Ma nessuno scappa: è un viso umano dolorante dipinto in
mezzo a un piede tutto calli: la réclame di un callifugo. – Oh, scusi, –dice Astolfo, e corre
via.
Il cartellone di una compressa contro l'emicrania era una gigantesca testa d'uomo, con le
mani sugli occhi dal dolore. Astolfo passa, e il fanale illumina Marcovaldo arrampicato in
cima, che con la sua sega cerca di tagliarsene una fetta. Abbagliato dalla luce,
Marcovaldo si fa piccolo piccolo e resta lì immobile, aggrappato a un orecchio del testone,
con la sega che è già arrivata a mezza fronte.
Astolfo studia bene, dice: – Ah, sì: compresse Stappa! Un cartellone efficace! Ben trovato!
Quell'omino lassù con quella sega significa l'emicrania che taglia in due la testa! L'ho
subito capito! – E se ne riparte soddisfatto.
Tutto è silenzio e gelo. Marcovaldo da un sospiro di sollievo, si riassesta sullo scomodo
trespolo e riprende il suo lavoro. Nel ciclo illuminato dalla luna si propaga lo smorzato
gracchiare della sega contro il legno.

martedì 2 ottobre 2012

Gianni Rodari (1920-1980) βιογραφία



Γεννήθηκε στις 23 Οκτωβρίου του 1920 στην Omegna, στα 10 του χρόνια χάνει τον πατέρα του από βρογχοπνευμονία και  μετακομίζει με την μητέρα του και τα αδέρφια του στο Garivate.  Οι ιδιαίτερες του ικανότητες δεν αργούν να φανούν και ακολουθεί παιδαγωγικές σπουδές. Το διάστημα 1935-1937 τον βρίσκουμε αφιερωμένο και ενεργό μέλος της καθολικής οργάνωσης νέων ενώ στα αμέσως επόμενα χρόνια οι αναζητήσεις του και τα διαβάσματα του τον φέρνουν πιο κοντά στον Μαρξισμό. Από τα 17 του κιόλας χρόνια είχε στην κατοχή του το δίπλωμα του δασκάλου και δίδασκε σε κάποια δημοτικά σχολεία της περιοχής του Varese.
Όταν η Ιταλία μπήκε στον πόλεμο το 1940, ο Rodari δεν υπηρέτησε αφού είχε πάρει αναβολή για λόγους υγείαw. To 1941 πετυχαίνει στο διαγωνισμό των εκπαιδευτικών και ξεκινά να διδάσκει στο Uboldo. Κατά την διάρκεια αυτών των ετών γράφεται στο φασιστικό κόμμα από το οποίο αποχωρεί έπειτα από την πτώση του φασισμού στην Ιταλία και προσεγγίζει το κουμμουνιστικό κόμμα, στο οποίο εγγράφεται το 1944.
Αμέσως μετά τον πόλεμο καλείται να διευθύνει την εφημερίδα “Ordine Nuovo” ενώ το 1947 συνεργάζεται με την εφημερίδα Unita’ στο Μιλάνο. Παράλληλα με την δημοσιογραφία ξεκινά την συγγραφή παιδικών διηγημάτων, τότε είναι  που γράφει τα:
Il libro delle filastrocche και Romanzo di Cipollino.  To 1958 ξεκινάει η συνεργασία του με την εφημερίδα Paese Sera, συνεργασία που θα εγκαταλείψει περίπου 2 χρόνια αργότερα.
Από το 1960 συνεργάζεται με τον εκδοτικό οίκο Einaudi και γίνεται γνωστός σε όλη την Ιταλία. Εκείνα τα χρόνια εκδίδεται το βιβλίο του Filastrocca in cielo e in terra. Το 1970 κερδίζει το βραβείο Andersen, ο πιο σημαντικός διεθνής για την παιδική λογοτεχνία, γεγονός που τον κάνει γνωστό σε όλον τον κόσμο.
Ο θάνατος του επήλθε στις 14 απριλίου του 1980 κατά την διάρκεια μιας χειρουργικής επέμβασης στη Ρώμη.
Η γυναίκα του, Maria Teresa Ferreti, περιγράφοντας τον σύζυγο της λέει: «Era una persona spiritosa e molto intelligente. Metteva subito le persone a proprio agio anche se al primo impatto era piuttosto riservato»

Το συγγραφικό έργο του:
§  Il libro delle filastrocche (1951)
§  Il romanzo di Cipollino (1951)
§  La freccia azzurra (1953)
§  Gelsomino nel paese dei bugiardi (1958)
§  Filastrocche in cielo e in terra (1960)
§  Favole al telefono (1962)
§  Gip nel televisore (1962)
§  La torta in cielo (1966)
§  La grammatica della fantasia (1974)
§  C'era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell'isola di San Giulio (1978)
§  Novelle fatte a macchina 
§  Atalanta
§  Il pianeta degli alberi di Natale
§  Il libro degli errori
§  Le filastrocche del cavallo parlante



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