Ιταλική γλώσσα

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venerdì 3 settembre 2021

Ιταλική ποίηση/ Poesia: L' infinito - Leopardi

 

L'infinito

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e 'l suon di lei. Così tra questa
Infinità s'annega il pensier mio:
E 'l naufragar m'è dolce in questo mare.


Testo tratto dal secondo manoscritto autografo
(Visso, Archivio Comunale)



Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

 
Testo tratto dalla "Letteratura italiana: testi e critica con lineamenti di storia letteraria", vol. 3, di Mario Pazzaglia. Ed. Zanichelli
Prima edizione, marzo 1979.


tratto da:http://www.liberliber.it/biblioteca/l/leopardi/l_infinito/html/infinito.htm

Διαβάστε τη μετάφραση στην ελληνική γλώσσα  από τον Σωτήρη Παστακά.


To Άπειρο

Ανέκαθεν μου ήταν αγαπητός αυτός ο έρημος
λόφος κι αυτός ο φράχτης που από ένα μεγάλο
τμήμα του μακρινού ορίζοντα τη θέα μου αποκρύβει.
Καθισμένος όμως εδώ κι ατενίζοντας απέραντα
διαστήματα πέρα απ’ αυτόν, απόκοσμη σιωπή
και βαθύτατη ηρεμία δημιουργώ με τις σκέψεις μου,
όπου ως εκ θαύματος δεν χάνομαι κι ο ίδιος. Μόλις
ακούω τον άνεμο να βουίζει ανάμεσα στα φυτά,
εκείνη την άφατη σιωπή με αυτό το θρόισμα
συγκρίνω: κι αναπολώ την αιωνιότητα, τις περασμένες
εποχές και τους ζωντανούς ρυθμούς του παρόντος,
με τον εφήμερο θόρυβό τους. Έτσι, σε αυτήν
την απεραντοσύνη πνίγεται η σκέψη μου: και μου είναι
ευχάριστο να ναυαγώ μέσα σε αυτή τη θάλασσα.

giovedì 28 febbraio 2013

Poesia: Il passero solitario (1835) - Giacomo Leopardi


D’in su la vetta della torre antica,
passero solitario, alla campagna
cantando vai finché non more il giorno;
ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
brilla nell’aria, e per li campi esulta,
sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,
pur festeggiando il lor tempo migliore:
tu pensoso in disparte il tutto miri;
non compagni, non voli,
non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
canti, e così trapassi
dell’anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
della novella età dolce famiglia,
e te german di giovinezza, amore.
Sospiro acerbo de’ provetti giorni,
non curo, io non so come; anzi da loro
quasi fuggo lontano;
quasi romito, e strano
al mio loco natio,
passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
odi spesso un tonar di ferree canne,
che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
la gioventù del loco
lascia le case, e per le vie si spande;
e mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
rimota parte alla campagna uscendo,
ogni diletto e gioco
indugio in altro tempo: e intanto il guardo
steso nell’aria aprica
mi fere il Sol che tra lontani monti,
dopo il giorno sereno,
cadendo si dilegua, e par che dica
che la beata gioventù vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
del viver che daranno a te le stelle,
certo del tuo costume
non ti dorrai; che di natura è frutto
ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
la detestata soglia
evitar non impetro,
quando muti questi occhi all’altrui core,
e lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
del dì presente più noioso e tetro,
che parrà di tal voglia?
Che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
ma sconsolato, volgerommi indietro.